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Più di altri continenti l’Africa chiede al viaggiatore accorto un’a ttenta etica del turismo. Le terre splendide che ancora offre non riescono a distogliere lo sguardo dall’orrore in cui versa gran parte dei suoi abitanti: la miseria, la povertà, la morte. Può avere un senso camminare a pochi metri da elefanti e giraffe e sapere che, contemporaneamente, proprio lì accanto, c’è qualcuno che ha fame?

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Non sempre, comunque, i viaggi in Africa sono così estremi e soprattutto non sempre chi decide di prendersi una vacanza è costretto a porsi una catena di problemi di coscienza: spostarsi per conoscere è già una conquista. Il viaggio in Namibia consente un contatto particolare con l’Africa sub equatoriale, sia per il paesaggio straordinario e vario, sia per l’agibilità e sicurezza con cui ci si può spostare.

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Stretta tra Angola, Botswana e Sudafrica, l’ex colonia tedesca è soprattutto un luna park della natura, un otto volante di stratificazioni geologiche, un circo all’aria aperta di moltissime specie animali che, grazie a condizioni del tutto particolari, convivono dentro un ecosistema straordinario. Qui, a distanza di poche centinaia di chilometri, è possibile scorgere otarie e giraffe, leoni e babbuini; passare dal bushweld al deserto, dal granito alla polvere, vedere l’acqua dell’oceano Atlantico e la cascate create dallo straripamento del fiume Kunene.

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Il paese è una lunga striscia di terra, tre volte più grande dell’I talia, con una popolazione che sfiora i due milioni di abitanti. La Namibia ha tre soli grandi centri abitati: nel resto del paese si incontrano gruppi di case, fattorie, qualche agglomerato poco considerevole intorno ai distributori di carburante e basi militari, a sud, nella zona delle miniere di diamanti e di uranio. La riserva più grande al mondo di uranio è proprio qua.

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Il viaggio parte necessariamente dalla capitale Windhoek, dove i voli diretti o che fanno scalo a Johannesburg arrivano, per i viaggiatori europei, solo da Zurigo, Francoforte o Londra.
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A Windhoek si affittano i fuoristrada four wheel drive, si fanno scorte di cibo nei supermercati, pieni zeppi di merce. I locali lungo la strada principale, l’Independence Street, offrono cibo alla McDonald’s e birra nei pub alla tedesca. Nei ristoranti, pieni di turisti e famigliole di afrikaans, vengono serviti piatti che mischiano la carne di antilope alle patate a vapore, all’irish coffee e alla Saker torte. Dalla metà del Settecento la Namibia non è stata risparmiata dalla sete coloniale: prima i portoghesi, poi i tedeschi che si insediarono soffocando con una dura repressione le tribù che si combattevano per il controllo del territorio. Solo nel 1990 il paese è passato alla democrazia, dopo un protettorato sudafricano iniziato alla vigilia della prima guerra mondiale.

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I segni del passaggio tedesco sono ancora molto evidenti: partendo da Windhoek, che si trova nel cuore del Central Escarpment, andando verso la regione del Kaokoveld, sulla strada B1 facile da percorrere, dominano le foreste di aloe e le pianure verdi, puntellate da fattorie di afrikaans o eredi dei tedeschi  (tutti gli edifici nel paese sono cintati da filo spinato, a volte anche elettrificato). Attraversando la B1 a Nord verso Otjiwarongo, poi la C38 che passa per Outjo, si arriva direttamente a Etosha, il parco naturale più grande dell’Africa.

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Il paesaggio che porta in questa enorme riserva (4731 chilometri quadrati) è già diventato savana. Lungo la strada, prima di arrivare al parco, i bordi sono recintati per evitare che gli animali si riversino in strada.  Si scorgono le prime gazzelle, gli struzzi , i kudu, gli gnu. Non temono le automobili – i passaggi sono rari – mangiano con tranquillità e si spostano lentamente.

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All’interno del parco tre lodge attrezzatissimi consentono di spostarsi senza dover percorrere molti chilometri in una sola giornata per tornare a dormire nello stesso posto: si esce all’alba e si rientra al calar del sole, il momento migliore per vedere gli animali. Il pan al centro del grande parco si costeggia nel suo lato meridionale, seguendo una serie di anelli di terra battuta. Il numero degli animali cresce in progressione, dalle famigliole di facoceri che pascolano tranquillamente vicino alla piscina del lodge Namutoni, alle giraffe e alle zebre, agli elefanti.

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A sera, nel silenzio assoluto, gruppi di turisti vanno a sedersi vicino alla pozza per vedere il tramonto e aspettare che un rinoceronte passi a bere o un gruppo di zebre giochi schizzandosi l’ acqua o scappi spaventato dal volo di uccelli che girano sopra le loro teste. Vicino all’equatore albe e tramonti giungono repentini e solo per pochi minuti il cielo si infiamma. Del blu della notte, che arriva alle sette di sera, sono padrone le stelle: l’enorme costellazione dello Scorpione, la Croce del Sud, il rosso di Giove. Coprono tutta la volta celeste, fino all’orizzonte.

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Ma per chi già conosce un po’ d’Africa, Etosha è solo l’inizio. Il cammino verso la wilderness porta ancora più a nord, verso il confine con l’Angola. Riprendendo la C38 e deviando sulla C40 verso Kamanjab la strada si fa più dura, le piste battute si diradano verso il Kaokoland, la terra degli Himba, la popolazione seminomade che molti anni fa si insediò qui arrivando da Botswana e Angola. Opuwo è solo un piccolo e poverissimo centro che ospita una base militare e dove è quasi obbligatorio fermarsi per dormire e fare un po’ di rifornimento prima di ripartire per Epupa Falls.

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Solo 186 chilometri ci separano dalle cascate, vigorose in questa stagione che segue le piogge, ma ci vogliono quasi sette ore per arrivare: lo sterrato è durissimo, attraversa greti di fiume e costringe chi guida a una fatica enorme. Il Kaokoland è anche la terra degli Herero: alti e imponenti, le ragazze vestono crinoline e buffi cappelli dall’aria austera, mentre intorno alle capanne di terra rossa gli Himba, anche loro di bellezza assoluta e di altrettanta miseria, chiedono soldi per farsi fotografare.

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Le donne portano sulla schiena i bambini, come tutti a sud del mondo, hanno il corpo e i capelli legati in treccine. Si spalmano con una pasta fatta di ocra, essenze vegetali e grasso, quest’u ltimo abbellisce il loro corpo e rende la pelle simile a quella degli animali che allevano e spostano in continuazione per evitare che rimangano senza acqua. A pochi metri dalle cascate il territorio muta improvvisamente: sul paesaggio domina l’acqua – l’inondazione ha coperto tutto – e il verde prevalente è quello delle palme.

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Su molte di esse, abbattute dalla forza dell’acqua, saltano i babbuini e i bambini che si rincorrono. Ripassando per Opuwo -non esiste alternativa- si cambia strada e dalla D3704 si ripunta verso sud. Si ritorna verso il deserto del Namib, il più antico del mondo: i fianchi delle sue montagne piatte sopportano placidi ottanta milioni di anni. Questa è la terra delle origini che fa sentire ancora forte il suo respiro: qui correvano svelte nella pianura, per nulla protette dagli animali, le donne della stirpe di Lucy, la mamma di noi sapiens.

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Gli stessi gruppi seminomadi che si fermavano nelle caverne – in seguito crollate – incidevano e dipingevano animali visti altrove. Le incisioni rupestri di Twyfelfontein si trovano lungo un tratto di deserto pietroso: montagne rovinate al suolo nel corso dei secoli, sulle cui pietre resistono immagini di elefanti che si abbeverano, giraffe, gnu. Gli uomini che le ritraevano firmavano i loro lavori con l’impronta del proprio piede, come si può osservare anche nella pittura bianca e nera chiamata dalla gente del luogo la “Dama bianca”: metà uomo, metà donna.

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Forse ritraeva un giovane adolescente nel corso di un rituale di inziazione. Quella caverna è nel cuore del Brandberg, la catena di montagne  ricche di rame e altre scorie minerarie che si incendiano al tramonto, stagni dall’acqua di smeraldo e formazioni rocciose chiamate gli “organi”, per la loro forma cilindrica. La Foresta pietrificata è invece un’ampia distesa (tra Khorixas e Torrabay) su cui giacciono enormi tronchi d’albero infiltrati di silicio che li ha trasformati in minerali; facevano parte di una foresta che si trovava qui 200 milioni di anni fa, appartenevano ad un antico gruppo di piante chiamate Gymnospermae, di cui fanno parte anche le Welwitschia mirabilis, gigantesche piante grasse che vivono solo qui.

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A Twyfelfontein esiste un solo campeggio, bellissimo anche se spartano: è l’unico posto in Namibia gestito da gente del luogo disposta a fare quattro chiacchiere e a cucinare per gli ospiti intorno al fuoco, in grandi pentole di ghisa. Alle sue spalle c’è il letto morbido e sabbioso di un torrente dove si può passeggiare sotto le stelle e sentire di non aver bisogno di null’altro.

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thanks to Monica Luongo

fotografia di Antonio D’Onofrio

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