Lungo la costa orientale durante la bassa marea le donne avvolte nei loro kanga colorano le acque limpide dell’Oceano Indiano. Accucciate raccolgono  preziose alghe, una delle poche risorse economiche di una terra abbagliante, sospesa fra tradizione e modernità…

E’ un lavoro da donne, come la pesca per gli uomini.  La raccolta delle alghe, terza voce dell’economia dell’isola, si svolge sulle spiagge della costa orientale soggette alle maree più intense. Dal villaggio di Matemwe, a nord, PwaniMchangani Mdogo fino a Paje e Jambiani a sud, nelle ore di bassa  il litorale turchese dell‘Oceano Indiano fiorisce dei tradizionali kanga.

Le donne della cooperativa di Jambiani, una delle oltre 15 sulla attive sull’isola, ci raccontano di una pratica non di rado unica fonte di reddito per la famiglia:  un lavoro duro, ore passate nell’acqua, quasi sempre piegate. La tecnica di coltivazione è semplice. Si creano dei veri e propri campi, lagune protette dalla barriera corallina, dove in due mesi le alghe crescono. Una volta raccolte vanno essiccate e quindi portate ad un centro per la lavorazione in loco.  Ma la maggior parte è destinata all’ esportazione, in Cina, Tailandia, Filippine, come  materia prima per diverse preparazioni, dai prodotti alimentari  alle basi  per saponi naturali, creme viso e corpo, detergenti.

Siamo  nella casa della responsabile del gruppo, aiutati dalla nostra guida che traduce da un dialetto swahili a volte incomprensibile anche per lui. Hanno età differenti queste donne che con disponibilità e pudore narrano la loro storia. Alcune, molte quasi fanciulle,  tengono in braccio bambini piccolissimi; altre portano in volto, profondi, i segni del tempo, ma in realtà non superano i 50 anni. Tutte sono fiere del loro lavoro anche se alla fine di un raccolto non guadagneranno più di 30 mila scellini, circa 15 euro. Si sono unite in cooperative per ottimizzare la raccolta e tentare di spuntare prezzi migliori. Le preziose alghe delle specie Euchema spinosum ed Euchema cottoni alimentano anche una piccola filiera locale, come i saponi della cooperativa Dada, laboratorio che produce pure shampoo, marmellate, borse e tende, vendute nella bottega di Gizenga Street a Stone Town.
  
  

 Kanga, abiti che parlano

Nonostante si tratti di una società patriarcale, le donne giocano un ruolo fondamentale.  Sono il fulcro della famiglia, e incarnano al meglio l’impressione  di tradizione e modernità che subito si percepisce sull’isola. Accanto alle ragazze vestite all’ occidentale,  scorrono le donne di Zanzibar fasciate nei loro inconfondibili kanga. Velate, sicure, eleganti. Sul bordo le stoffe portano sempre una scritta benaugurale: espressioni tipiche, proverbi, esortazioni, messaggi d’amore. Il kanga diviene così  il tramite per esprimere parole che la bocca di una donna spesso  può solo sussurrare, ed un simbolo peculiare della cultura swahili. Le zanzibarine comprano e regalano kanga con regolarità e lo indossano in due pezzi: un primo copre il capo scendendo oltre la vita, il secondo serve da gonna e arriva alle caviglie.


 
 Unguja e Stone Town

Quella che spesso viene chiamata  Zanzibar, è in realtà Unguia, una delle isole che con  Pemba e Mafia e altri isolotti e atolli forma l’arcipelago poco al largo delle coste tanzaniane.

Al paese africano Zanzibar si è legata politicamente, nel 1964, dopo essere stata nell’ordine al centro degli interessi di sumeri, assiri, egizi, fenici, indiani, cinesi, portoghesi, arabi dell’Oman, olandesi e inglesi. Ma furono i persiani shirazi e gli arabi dell’Oman a soggiornarvi più a lungo e a insediarvi un regno, con un lascito tuttora evidente nella cultura locale. La capitale Stone Town, specialmente nella parte antica, porta i segni delle varie dominazioni ed è uno dei luoghi più affascinanti della costa occidentale. Il vecchio centro è un labirinto di viuzze tortuose, su cui affacciano case imbiancate a calce dai magnifici portali. Ci sono negozi a non finire, bazar, moschee, cortili e fortezze, antichi palazzi del sultano, due cattedrali, e poi ancora edifici coloniali come l’Old Dispensary e la Wonderful House, e un bagno pubblico persiano di pregevole architettura, ormai in disuso.
   

Ritratti di Zanzibar

Tradizione e modernità di Zanzibar si ritrovano anche negli atelier di giovani stiliste, come quello di Doreen, in Hurumzi Street.  Originaria della regione del Kilimajaro, è vissuta in Svizzera e a Milano. Tra sandali di perle, borse e abiti in tessuti africani e gioielli d’argento, emerge una precisa cifra estetica. Un altro indirizzo intrigante è la boutique di Mago: milanese di nascita e zanzibarina d’adozione, crea confezioni con l’aiuto di abili sarti locali. Insieme al marito Mauro è stata una vera figlia dell’isola l’artefice del piccolo hotel Villa Dida: unico nel suo genere, perfettamente inserito nel contesto del villaggio di  Pwani Mchangani Mdogo per un’appagante condivisione della vita locale. Costruito con materiali naturali, è una grande casa dall’atmosfera elegante e informale nata da una storia d’amore per Dida e la sua terra, dove ci si sente parte di una grande famiglia. E a proposito di sentimenti forti, Upendo, cioè “amore”, sulla spiaggia di Michawni, è la magnifica struttura progettata e realizzata insieme agli artigiani locali da Trish, keniota residente a Londra e  trasferitasi qui da un paio d’anni. Si può affittare interamente con tanto di chef o andarci per un pranzo in riva all’oceano.


Molto speziato

La mitica isola delle spezie esplode con i suoi profumi non appena si lascia la costa e si incontrano le spice farm, laboratori naturali dove vengono coltivate  le pregiate varietà. Molte accolgono volentieri i turisti per un giro informativo e per conoscere l’albero della cannella (scoprendo che si usa tutto, anche la radice, utile per il raffreddore),  del pepe, della vaniglia, l’albero del pane, la noce moscata, la citronella, lo zenzero, e ovviamente la maestosa pianta dei chiodi di garofano,  per molti anni una delle prime voci dell’economia dell’isola. Ma Zanzibar non delude chi ci va per il  mare. Ci sono infinite spiagge di sabbia bianca, acque cristalline, fondali ricchi di pesci. Il fenomeno delle maree, affascinante ma decisivo per i bagni, in realtà non disturba più di tanto: si può sempre passeggiare fino alla barriere corallina scoprendo meraviglie affioranti.



Kite, snorkeling e dolphin

Lontana quanto basta per staccare la spina completamente, l’isola è una meta sicura dal punto di vista sanitario, politico e religioso (musulmani molto tolleranti, occorre comunque rispettatene i costumi). Le spiagge più belle sono a nord, come Nungwi , con piccoli complessi di bungalow e grandi resort, famosa per la costruzione dei dhow, le tradizionali imbarcazioni. Qui c’è un  centro di tutela per le tartarughe marine.

Moltissimi i locali sulla spiaggia dove passare indimenticabili serate con la musica dal vivo e numerosi  i centri sportivi per il diving, il parapendio, la pesca d’altura, il kite surf. Da non perdere lo snorkelling  a Mbemba Island, il bagno con i delfini a Kizimkaszi a sud, dove si trova anche un enorme baobab di oltre 500 anni  e una visita alla Jozani Forest, fra  le mangrovie, per salutare il Colobo rosso, la scimmia endemica e, pensando alle valige pronte, guardarla con una punta d’invidia.


Testo di Teresa Scacchi – Foto di Antonio D’Onofrio

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