Tra pochi giorni esce il suo ultimo libro. Il suo rapporto con quello che è sempre stato più di uno sport. Una passione, un’arte, una cultura. E dopo tante avventure, ha aperto un Museo della Montagna e pensa a un film

BOLZANO – “Ormai sono diventato un alpinista della domenica”, scherza Reinhold Messner, per poi confessare che il passare del tempo l’ha reso più montanaro di quando, per esempio, in un solo anno gli capitava di scalare anche tre Ottomila himalayani. Classe ’44, abbronzato, fisico asciutto, Messner non ha ancora smesso di sognare: “Ovviamente non mi concentro più sulla ricerca di nuove vie particolarmente difficili: oggi, quello che m’interessa di più è studiare la cultura della montagna”.

Lo incontriamo tra le vecchie mura del Castel Firmiano, sopra Bolzano, dove ha appena ultimato la sua ultima sfida, un Museo della Montagna che raccoglie oltre a centinaia di opere d’arte anche cimeli, o meglio, “reliquie” della storia dell’alpinismo. La sua stretta di mano può frantumare ossa. Messner racconta delle sue imprese, insistendo soprattutto sui suoi fallimenti. Si commuove parlando del fratello Günther, inghiottito da una slavina quasi quarant’anni fa mentre scendevano assieme dalla vetta del Nanga Parbat. E s’inalbera contro tutti “quelli che credono di conoscere la montagna, ma che poi non concludono nulla”.



Ma lei a 67 anni ancora arrampica?

“Sì, con mio figlio abbiamo fatto delle belle vie quest’estate. Vie di mille metri, di quarto o quinto grado. E ogni anno, faccio una spedizione su una montagna di 5 o 6.000 metri”.

Tra pochi giorni uscirà il suo ultimo libro, “Spostare le montagne” (Mondadori, 219 pp., 29 euro). Un titolo eloquente.

“Racconto di avventure che ho vissuto e che possono diventare emblematiche per risolvere problemi anche in altri campi. Ho avuto modo di imparare come funziona l’uomo in condizioni estreme, a stretto contatto con la natura, dove per natura intendo il caos. Sono certo che ritrovarsi da solo al Polo Nord è mille volte più pericoloso che trovarsi in balia di una banca che ti ruba i soldi. Sul pack se non sai che cosa fare, sei morto. Se però ti metti in testa che vuoi sopravvivere e cominci a reagire forse riuscirai a uscirne”.



Torniamo alle montagne. Come si allenava per scalare gli Ottomila?

“Correvo. E poi andavo due o tre volte l’anno in Himalaya. Ero sempre più o meno in forma. Oggi, ci sono alpinisti che si allenano anche otto ore al giorno. Io ho soprattutto lavorato con la testa. I miei successi sono anche il frutto della capacità di fare qualcosa che gli altri pensavano impossibile. Ho sempre cercato di capire chi in 150 anni di alpinismo ha fatto progredire le cose. Mi sono chiesto perché l’ha fatto, e come l’ha fatto. Io mi sono spesso limitato a compiere il passo successivo. Ho un cuore normale, i miei polmoni sono normali, e la mia corporatura è normalissima. Solo la mia mente è stata forse più determinata di altre. Ed ero molto più colto di molti alpinisti. Ancora oggi sono pronto a scommettere che se lei mi porta diecimila alpinisti di prima classe, nessuno è in grado di battermi sulla storia dell’alpinismo. Per me l’alpinismo non è soltanto attività, è anche cultura”.

Nel 1978, quando lei salì sull’Everest senza ossigeno, gli scienziati sostenevano che era fisiologicamente impossibile. Come le venne di tentare quella pazzia?

“Tre anni prima, andammo a fare un Ottomila in due, senza spedizione al seguito. Ci portammo appresso nel nostro zaino una corda e una tenda. Tutti dicevano che non poteva funzionare. Ma noi, lentamente, arrivammo in cima, proprio come se fossimo sul Cervino. Per la prima volta portammo lo “stile alpino” sugli Ottomila. Ci fu allora chi disse che avevamo avuto fortuna, ma che sull’Everest non ce l’avremmo fatta, perché lì dovevamo portarci zaini di 50 chilogrammi per l’ossigeno. Ho quindi voluto provare senza ossigeno. Da solo. Senza nulla. Con solo 20 chili nello zaino. Era il 1980. Riuscii. Dimostrai che era possibile. Fu l’apice della mia storia di alpinista e fu una rivoluzione contro i pregiudizi scientifici che sostenevano il falso”.

Ma dietro la sfida di un’ascesa difficile, con il freddo, la fatica e il rischio, non c’è una componente masochistica?
“Sfida è una parola sbagliata. È un gioco, sia pure non molto intelligente, perché una persona intelligente non va dove si potrebbe morire. Però l’arte del grande alpinista sta nell’andare dove la morte è probabile e di non morire”.

Lei è quindi un grande artista?
“Sì, io mi considero più un artista che uno sportivo. Non solo perché faccio musei, ma perché ho fatto mia l’arte del sopravvivere”.

E’ anche un perfezionista? 
“Sì, perché ho sempre paura prima di partire. A casa, due mesi prima di attraversare l’Antartide, mi svegliavo la notte dicendomi: se si rompe il fornello è finita, perché non avrai più da bere. Potevo sempre portarmene due di fornelli. Ma avrebbero potuto rompersi entrambi. Ho allora spaccato il fornello in cento pezzi e l’ho riaggiustato. Solo in quel momento ho trovato la serenità per poter partire. Mettendo comunque nello zaino due fornelli”.

C’è stata un volta in cui ha davvero creduto di non farcela?
“Sul Nanga Parbat. Sarei dovuto morire assieme a mio fratello. Perché non avevamo né da mangiare né da bere. Non sapevamo neanche dove ci trovavamo. Dopo la caduta di Günther ho impiegato ancora una settimana prima di trovare la strada del ritorno”.



Quale è stata la sua via più difficile? 

“Premetto che ho fallito circa un terzo delle vie che ho tentato. Detto questo la via più rischiosa che ho percorso è stata quella sul Kilimangiaro: un pinnacolo di ghiaccio e acqua alto 1200 metri, senza sapere dove mettere le mani. Io sono stato il primo a percorrerla assieme a un alpinista sud-tirolese. Siamo arrivati in cima in ginocchio”.

Le sembrerà una domanda irriverente a uno che ha scalato tutti e quattordici gli Ottomila, ma c’è mai stata una via che lei non s’è sentito di fare?
“C’è una via nelle Dolomiti che si chiama il “Pesce”. Si trova sulla Marmolada, ed è una parete di 1000 metri, molto liscia. Pensavo di poterla fare. Andai con il binocolo a studiarla dopo la caduta della prima neve, per vedere gli appigli possibili. Ma alla fine non salii. Sul Nanga Parbat avevo perso le dita dei piedi, e non potevo più arrampicarmi a quelle difficoltà. Negli anni Ottanta fu scalata da alpinisti cecoslovacchi. Ai miei tempi non ero maturo per farla. Se avessi provato non sarei mai arrivato in cima”.

Quale è secondo  lei la montagna più bella del mondo?
“Esteticamente è l’himalayana Machapuchare, una piramide alta 7000 metri”.

Lei è considerato da molti come il più grande alpinista del Novecento, che è il secolo dell’alpinismo. La montagna la ama o la teme?

“La temo certamente. Ma non uso la parola amore per definire la mia profonda relazione con essa. Parlerei piuttosto di conoscenza. Oggi sono più montanaro che alpinista. A 40 anni quando capii che sarei sopravvissuto alle mie avventure, non ho stipulato un’assicurazione sulla vita in banca, ma ho comprato un maso autosufficiente. Oggi, in montagna produco tutto quello di cui ho bisogno per vivere: il vino, la legna per scaldarmi, la carne, il pane, la frutta”.

Ha impiegato 15 anni a realizzare il suo Museo della Montagna. Perché tanto tempo? 
“Perché abbiamo costruito una struttura museale che oggi non ha eguali in nessun altro museo della montagna al mondo. C’è una sede centrale qui, nel Castel Firmiano di Bolzano, e quattro satelliti: alle pendici dell’Ortles, nel Castel Juval della Val Venosta, nel Castello di Brunico e sul Monte Rite, tra Pieve di Cadore e Cortina d’Ampezzo. Il Museo l’abbiamo finito a luglio. Nel 2012 faremo 200mila spettatori. E lavoriamo senza un centesimo di sovvenzione. Ma solo con i biglietti d’ingresso e con le boutique. In Sud Tirolo ci sono molti che sperano in un mio fallimento. Per invidia. Ma noi sopravviveremo”.

Qual è il cimelio a cui è più affezionato?
“Forse il sacco a pelo che Walter Bonatti usò nell’ascesa del Pilastro del Dru. E’ una cosa che fa piangere, sapendo quello che ha sofferto quando era lassù.”.

Quale sarà adesso la sua prossima sfida?
“Forse un film, su alcuni degli episodi più salienti della storia dell’alpinismo. Bisognerebbe, per esempio, raccontare la storia di Bonatti che nel 1954, sul K2, portò le bombole d’ossigeno a Compagnoni e Lacedelli in condizioni disumane, e venne in seguito calunniato per oltre 50 anni”.

Mosè scende dal Sinai, Buddha si ritira nell’Himalaya e Maometto medita in una caverna del Monte Hira. Come dire: la montagna ha uno stretto legame con la religione.  Ma lei è un uomo religioso?
“E’ vero, le religioni vengono dall’alto. E ogni lavoro fatto con entusiasmo è una preghiera. Però, l’aldilà non posso raggiungerlo, perché non ho né la testa né gli occhi né mani per sentirlo”.

Che cosa fa Messner quando non arrampica, quando non scrive e quando non lavora al suo museo?
“Faccio il padre di famiglia. Amo crescere i miei figli. Vengo da una famiglia di nove figli. Prima di morire mia madre ci disse: “L’unica cosa che vi chiedo è di ritrovarvi almeno una volta l’anno tutti assieme”. Da quel giorno, non c’è stato anno in cui ciò non sia avvenuto”.

intervista di: PIETRO DEL RE

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