Namibia – Agosto 2015

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il Toyota sale verso Nord. La polvere di oggi l’abbiamo già lavata e portiamo sotto i nostri abiti quest’anima di sabbia. Questo profondo, possente alito di vita che ci attornia: il respiro dell’Africa…

Notte all’Epacha Lodge accompagnati dal latrato delle iene e dal profondo rantolo del leone. Il sole ancora non è sorto quando ci dirigiamo verso Andersen Gate per entrare in questo splendido Parco Africano: più di 70 pozze sparse in 22.000 kmq ci permetteranno di osservare, in 3 giorni, un numero impressionante di animali, tra qui 100 leoni…

Scompare il sole per lasciare il posto ad una sera ambrata e striata di nuvole sottili, vestite di arancione dai raggi che bucano ancora l’orizzonte a ponente, sotto lo sguardo benevolo della Croce del Sud – (Etosha Pan, Namibia, agosto 2015)

Stiamo girando da 2 giorni alla ricerca del Re ma nulla. A Tsumcor la pozza è vuota. Ci fermiamo a Groot Okevi. Nulla. Taglio a occidente verso Chudop e niente. Avanzo velocemente sulla pista. Una curva tra rade acacie dopo la pozza e inchiodo all’istante. A due metri da me un leone e una leonessa. Mi avvicino. Affianco le belve. C’è l’ho a un metro. Motori spenti, vetri abbassati, religioso silenzio. Si trattiene perfino il fiato. La leonessa va verso il Re e lui la monta. Non stiamo guardando. Siamo dentro la scena. Questo è il volto vero dell’Africa selvaggia. E penso che se la fortuna non mi ha ancora lasciato, quando vado in cerca di animali nei parchi africani, ci sia dietro quella Mano di Fatima con una sura portafortuna del viaggiatore, che porto sulla mia macchina fotografica da 30 anni. Voglio credere che sia così…

Sulla nostra strada quasi a ricordarci la strada…
Mokuti Lodge, Etosha Pan, Namibia

Dopo 6 anni ritorno alla scuola Himba di Ondao ai confini con l’Angola . Da una classe sono diventate 6 e da 12 bambini ne ho trovati 100. E finalmente hanno la fotocopiatrice che hanno comprato con i soldi raccolti in Italia.

500 chilometri di piste sassose, in una radura di giganteschi morale, e siamo nel territorio degli himba di montagna. Le donne, ricoperte di ocra rossa e grasso animale, si aggirano coperte del solo gonnellino di pelle, a seni nudi, i capelli raccolti in trecce sottili. Gli himba delle montagne non sono stati ancora inquinati dal turismo di massa, e qui non è ancora giunta la degradazione dell’alcolismo né l’abitudine alla questua, infausto regali di un turismo superficiale che pur di rubare qualche scatto mette tra le mani di questa gente denaro a fiumi sradicando la millenaria consuetudine dello scambio

Pista D2303,Namibia. Può capitare di bucare ma di non avere la chiave è diabolico. Abbiamo aiutato a cambiare la gomma e tutto è risolto.

Skeleton Coast, l’essenza del nulla, la rappresentazione fisica della vera potenza del deserto inteso come privazione della vita, assenza della vita. Percorrendola da Tora Bay si ha l’impressione di entrare in un mondo incantato, malvagio. Il vento soffia sempre impetuoso, non ci sono ripari, non c’è vegetazione, non c’è nulla. Solo arsura, calore e pietre. Pietre nere di calore e di tempeste.

La laguna di Walvis Bay. Dalle sabbie e pietre della Skeleton Coast all’esplosione rosa di milioni di fenicotteri che ci avvolge in un’atmosfera surreale. Fermi la macchina, scendi e non credi ai tuoi occhi, mentre migliaia di trampolieri sono a pochi metri da te, sui bassi fondali della palude, e sull’orizzonte la sottile linea del tombolo lagunare esclude dalla vista dell’oceano.

Namib Desert – Detesto i selfie, questo è il primo che faccio. Un trek da solo tra le dune fossili e un autoscatto (definizione tradizionale) ci stava tutto.

Mi avvicino lentamente al cancello, quello vero, quello che porta a Sossusvlei: sta oltre il piazzale polveroso, piccolo, appena visibile, indicato da un cartello di legno inciso. E anche questa volta sorrisi, strette di mano; i permessi sono a posto, i timbri anche. Passo oltre, avanzando lento. Le grandi camelthorn sfilano a lato della strada, sprofondate nel rado bush di questa porta del deserto. E sono di nuovo qui, vado ancora una volta ad est, a cercare le dune,la sabbia me stesso

Dopo 4673 km alla guida del fuoristrada, tra piste sassose e deserti, il viaggio in Namibia si conclude. Ho lavato l’ultima polvere dal Toyota e mi rimane l’immagine di questa ferrovia come un sipario che si chiude alla fine della rappresentazione…

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 675 follower