Il fascino dei gioielli Touareg

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Allora il vecchio tuareg disse:

“vengo da chissà dove. dicono sia venuto al mondo nel blu notte. credo sia vero. è passato così tanto tempo da quando ho lasciato la mia terra. terra che non ho mai avuto. ho passato i miei anni nella solitudine del deserto per specchiarmi. e nel deserto ho fatto i miei pochi incontri. ricordo di un saggio cui chiesi cosa erano quelle croci che le giovani donne portavano al collo. mi rispose che erano segni in argento. ogni famiglia per territorio ne aveva uno. il loro fabbro ne era l’artefice. fondeva l’argento di antiche monete su disegno tramandato da padre in figlio. il saggio poi mi disse ancora che non gli piaceva venissero chiamate croci. la croce è segno di sofferenza. glielo avevano detto stranieri del nord che vivevano in case. lui le chiamava stelle. anche  perché somigliavano al sole che noi guardiamo con gli occhi socchiusi. credo fosse anche un poeta. mi consegnò poi un vecchio foglio con il disegno delle ventuno ormai anche per me stelle. tante erano le famiglie  conosciute. aggiunse che chi le possiede tutte possiede la verità. per questo tutto ciò che lui dirà sarà vero. ripresi la mia strada per non so dove alla loro ricerca. e giorni e mesi e anni passarono prima di riuscire ad averle tutte. una ad una le trovai. così come trovai anche una ragazza che nella fretta di vivere si era dimenticata della vita. avrei voluto amarla per sempre se non ci fosse stata di mezzo la sua acerba età. l’amai comunque. sapendo la fine che mi sarebbe spettata. ricordo che non vissi con lei se non di tanto in tanto. sotto una luna di cui porto ancora i segni addosso. decisi di regalarle tutto quanto avevo. e mi era rimasto. poco. ma non avevo altro. ero sempre vissuto randagio tra dune che non ho mai saputo quanto amiche. poi un giorno col vento venne anche un giovane con la speranza e non solo negli occhi. lei gli corse incontro con tutto il suo desiderio perdendo per strada le mie stelle da poco. si era avverato quanto scritto sulle nuvole e giusto così. mi sentii vecchio. e forse lo ero. mi resi conto di non essere mai stato giovane. non avevo mai giocato tanto per giocare. ma sapevo anche di non essere stato inutile. commisi però l’errore di volerle raccogliere. non bisogna mai raccattare il passato. soprattutto quando c’è di mezzo il cuore. ora mi sono inutili. inutili come i ricordi. e perché mi hai ascoltato per tutto questo tempo senza farmi una sola domanda te le regalo. ricorda: ora sei tu a possederle tutte e tutto ciò che dirai sarà vero. anche se non so quanto ti sia utile dire sempre la verità. ti auguro d’essere felice come io non lo sono mai stato.”

 Poi il vecchio tuareg se ne andò per chissà dove.

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Tuareg o Tuaregh sono un popolo berbero, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara (principalmente nel Mali e nel Niger ma anche in Algeria,Libia, Burkina Faso e perfino nel Ciad dove sono chiamati Kinnin).

La lingua tuareg (chiamata tamahaq, tamajeq o tamasheq, a seconda dei parlanti) è un dialetto del berbero.

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Il nome “Twāreg” è di origine araba: è un plurale arabo dalla parola Tārgī, “abitante della Targa” (Tārga in berbero significa “canale” e come toponimo indica il Fezzan). I Tuareg non si designano con questo nome, ma semplicemente come Kel tamahaq, cioè “coloro che parlano la tamahaq”. Il termine arabo è di origine dialettale magrebina, poiché l’arabo classico non conosce il suono g. Per questo, in ambito arabofono spesso questo nome viene “classicizzato” in Tawāriq.

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Conosciuti anche come “uomini blu”, i Tuareg devono questo appellativo al turbante color indaco, il taguelmust che, indossato dagli uomini per coprire capo e viso, scopre solo gli occhi e lascia tracce di colore sulla pelle perchè tinto con colori naturali.

La realizzazione di gioielli in Argento, metallo preferito all’oro perché proibito per motivi religiosi, non è solo legata alla produzione di oggetti decorativi ma fortemente associata allo status personale della famiglia d’appartenenza, oltre che alla tribù di origine, come nel caso delle Croci, delle quali se ne possono contare più di una ventina.

L’artigianato Tuareg è semplice e raffinato al tempo stesso: con il cuoio i nomadi realizzano gris-gris (portafortuna), borse, portafogli e selle per i cammelli, le più belle sono decorate sulla parte anteriore con un puntale in cuoio e ai lati con piastrine d’argento o d’alluminio.

I fabbri, inaden, grandi orefici del Sahara, lavorano l’argento ed il rame per fabbricare i gioielli, le spade, i lucchetti . In passato la materia prima era derivata dall’argento delle monete da cinque franchi in corso nell’800; oggi il reperimento dell’argento è difficile.

croci tuareg gioielli touareg

I gioielli tradizionali consistono in pettorali pendenti triangolari o quadrati anche di grandi dimensioni, finemente lavorati con motivi di vario significato, orecchini a pendaglio, braccialetti fatti a cerchio aperto con due teste poliedriche, anelli semplici o a castone e a borchia.

La khomessa, formata da cinque losanghe giustapposte e realizzata in corno o conchiglia (del Mali), oggi è molto rara.

Famose sono le croci. Il popolo Tuareg è suddiviso in 21 tribù (kel) ed ogni tribù ha un territorio di riferimento; ogni gruppo ha una croce propria, simbolo storico dai molteplici significati e valenze.

Ogni croce presenta particolari caratteristiche, nel disegno, nelle incisioni fatte a mano, nelle dimensioni e vengono portate indistintamente da uomini e donne. Quelle di maggior pregio portano sulla faccia posteriore il simbolo dell’artigiano che le ha forgiate.

Questi simboli hanno differenti valenze e significati: sociale e politico, simbolo di appartenenza, magico, protettivo, decorativo, esoterico.

La loro origine non è determinata: potrebbero essere una rappresentazione della costellazione della croce del sud o semplicemente solo dei gioielli.

La croce più famosa è quella di Agadez: lo scettro cruciforme segno di immortalità che anche i faraoni tenevano in mano. L’unica croce che contiene una gemma è quella di “In Gall“, che racchiude una pietra vetrosa di colore rosso.

La collana a cui sono sospese è in genere formata da un cordino di origine vegetale con perline in vetro e tubuli d’argento

La chiavi di lucchetto (originariamente il lucchetto della cassa di casa) sono finemente cesellate in rame e argento. Molto decorative, vengono utilizzate dalle donne nell’abbigliamento tradizionale per fermare l’ afar, il grande velo che esse usano per avvolgersi.

Gli inaden fabbricano anche la takuba, la spada tuareg: lunga circa 80 cm, ha una lama dritta a doppio taglio ed una custodia di cuoio intarsiato.

Regolarmente indossata dagli uomini tuareg importanti, il suo uso è stato proibito dopo la ribellione tuareg del 1995.

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